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Odio gli addii.
Odio le chiusure.
Odio tutto quanto è definitivo.
Capisco che sia insito nell'indole umana, ma credetemi per me è una vera e propria ossessione. Da piccola non volevo mai che i film finissero e se si trattava di una videocassetta la rimandavo indietro per vederne di nuovo l'inizio, giusto per sapere che nulla era finito. E' per questo che distaccarmi dal Pagliaio dopo quattro anni mi risulta così tanto difficile. Quanto della mia vita è in queste pagine, quante le persone passate di qui che per paura, noia, o semplice disinteresse non hanno lasciato un commento. Ma io so che sono state qui. Il pagliaio chiude i suoi cigolanti battenti e la piccola Laodamia torna ad elucubrare privatamente tra le pareti cave del suo cranio.
Le cose sono cambiate, la mia vita è cambiata, io sono cambiata. Ho smesso di rimandare indietro cassette...se le cose torneranno saranno sempre nuove...
Un saluto a chi almeno una volta è passato di qui...
Avrei voluto dire...
ma poi alla fine non l'ho fatto. Pensavo che non parlando nemmeno tu l'avresti fatto e le tue labbra hanno una forma così perfetta quando strette tra loro terminano il disegno del tuo volto secondo una logica inevitabile.
Anche stanotte ho sognato, mi sono alzata in piena notte e ho ascoltato il silenzio familiare di casa.
Ho pensato ai tuoi occhi, ho pensato al tuo modo di prendermi in giro, ma ho cercato di fare piano e di non svegliare i ricordi.
Il bicchiere di latte portato alle labbra era freddo e l'orlo aveva la sagoma di un sorriso. Ho sentito le intercapedini del pavimento sotto i miei piedi scalzi e ho pensato a te.
Mi chiedo se si possa pensare a qualcuno sentendo sotto le dita la perfezione di piastrelle quadrate.
Sono tornata a letto, ma non ho dormito.
Nemmeno stanotte ho dormito.
Mi svegliavo sempre prima di te e spesso l'insonnia mi prendeva per una spalla scuotendomi, quando ogni tanto mi assopivo, additandomi te che dormivi sul mio cuscino.
Mi svegliavo sempre prima al mattino perchè di tanto in tanto mi piace vedere l'alba dalla finestra e sapere che è uno spettacolo di cui si gode in pochi.
Ma non aprivo la finestra per non svegliarti. Allora immaginavo fuori il cielo un po' livido e la luce debole, la sagoma dell'orizzonte e i contorni netti.
Quante albe ho immaginato.
Ma stanotte mancava ancora un pezzo per l'alba. Ho aperto la finestra e dal balcone di sotto il cane ha alzato lo sguardo e mi ha fissato.
Così da sotto in su.
Allora ho pensato a te.
Si può pensare a qualcuno guardando un cane, guardando quel cane, quel cane che poi mi ha guardato da sotto in su?
Pensavo che la notte è un lungo spazio neutrale. Pensavo che la notte è solo un confine.
Pensavo che la notte sembra ancora più notte stasera perchè la luna è tramontata e anche Saffo ha smesso di prestarmi le sue parole.
Credo che se avesse saputo dei miei abusi secoli dopo, forse non avrebbe mai scritto.
Il rubinetto gocciola e mi chiedo come possa calcolare lo spazio dei secondi in modo così perfetto. Ci si potrebbe regolare un orologio e ci potrebbero non essere più secondi, minuti, ore, ma solo gocce.
Mi chiedo quante gocce occorreranno a te.
Ho sentito il rubinetto che ticchettava il tempo e ho pensato a te.
Ho provato a girarmi su un fianco...goccia...ho provato a chiudere gli occhi...goccia...ho provato a credere che potessi dormire...goccia
Ho posato la mia mano sul cuscino. Ne ho seguito il contorno e ho pensato alle mie mani sui tuoi capelli, sulla tua nuca, sul tuo viso.
Come si può pensare a qualcuno meditando su un cuscino?
Anche stanotte alla fine ho sognato.
Anche stanotte avrei preferito non farlo.
Avrei potuto così rimanere sul confine senza luna e senza alba, con il sorriso di un bicchiere, la carezza di un cuscino, mentre il tempo gocciolava via.
E il cane.
Il cane che mi guarda da sotto in su.
Ecco cosa ti dirò: ho visto il cane che da sotto in su mi guardava e ho pensato a te.
Ma non mi sembra un buon argomento in fin dei conti.
E comunque qualsiasi cosa dicessi, tu avresti sempre quel tuo modo di guardarmi.
E poi parleresti.
E il disegno perfetto delle tue labbra chiuse diventerebbe lo strano scarabocchio di una frase di circostanza.
Anche stanotte alla fine non ho dormito.
Goccia...
Quell’inverno la piccola Laodamia capì molte cose. Quell’inverno le fece comprendere che in fondo non era poi così forte e che l’unica possibilità per essere davvero incrollabile (cosa a cui agognava molto spesso) era scoprire finalmente ciò che aveva di fragile, ciò che aveva sempre rimproverato agli altri, ciò che non poteva e non voleva concepire. Quell’inverno passò lungo e stese le sue mani avide e impietose sulla primavera appena alle porte e su un autunno caldo e senza senso. Laodamia comprese che non era più la piccola principessa di Iolco, capì che alla fine nei giochi che preparava con cura era sempre lei stessa a perdere; comprese che a volte la felicità, la serenità smette di essere percepibile e finisce per essere dimenticata anche se non è mai andata via. Molte cose imparò quell’inverno...che non c’erano bussole da usare quando la direzione è unica, che non bisogna dovere camminare fino a sentire dolore per godere del riposo caldo e familiare. Quell’inverno la cambiò per sempre. In futuro avrebbe commesso altri errori poichè è tale la natura umana, ma mai più avrebbe lasciato che una luce forte da far male agli occhi le si spegnesse tra le dita. Sarebbero trascorse ancora le stagioni, ma quell’inverno non sarebbe più tornato. Avrebbe continuato a lottare come era nella sua natura, avrebbe continuato sempre ad avere forza nelle mani e nella testa, ma ora aveva finalmente capito per cosa dover combattere... Laodamia comprese di essere debole e dovette poi convivere con l’idea di diventare indifesa talvolta (anche se il solo suono della parola a volte la infastidiva), capì di essere vulnerabile e di avere anche lei bisogno degli altri, più spesso di quanto mai avesse creduto prima. Capì che poche sono le cose per cui dover incassare colpi, il resto era solo una boriosa quanto inutile dimostrazione di forza e di resistenza Giunse così il momento in cui le nubi si dissiparono e avrebbe voluto un solo passo accanto al suo...
Shed a tear 'cause I'm missing you
I'm still alright to smile
I think about you every day now
Was a time when I wasn't sure
But you set my mind at ease
There is no doubt you're in my heart now
Said, take it slow
It'll work itself out fine
All we need is just a little patience
Said sugar make it slow
And we'll come together fine
All we need is just a little patience
Patience...
Ooh, oh, yeah
Sit here on the stairs
'Cause I'd rather be alone
If I can't have you right now, I'll wait dear
Sometimes, I get so tense
But I can't speed up the time
But you know, love, there's one more thing to consider
Said, take it slow
Things will be just fine
You and I'll just use a little patience
Said sugar take the time
'Cause the lights are shining bright
You and I've got what it takes to make it
We won't fake it, Oh never break it
'Cause I can't take it
...little patience, mm yeah, ooh yeah,
Need a little patience, yeah
Just a little patience, yeah
Some more patience, yeah)
I've been walking these streets at night
Just trying to get it right (Need some patience, yeah)
It's hard to see with so many around
You know I don't like being stuck in a crowd (Could use some patience, yeah)
And the streets don't change but maybe the name
I ain't got time for the game
'Cause I need you (Patience, yeah)
Yeah, yeah well I need you
Oh, I need you (Take some patience)
Whoa, I need you (Just a little patience is all we need)
Ooh, this ti- me....
E se qualcuno verrà a chiederti a chi appartengono i tuoi occhi
allora tu menti, per una volta, e dì loro che i tuoi occhi sono miei
L’amore è la beffa per chi si crede sapiente
e che impietoso tronca le due braccia
e poi continua senza sosta finché non giaci,
un simulacro inutile di questa vita
A te che sei il suolo dove il mio passo ha camminato
in certi giorni timido e esitante
e poi tronfio delle sue vittorie
Tu che ancora sei le mie lacrime e la mia consolazione
Un corpo solo diviso dalla nostra pelle
Tu che sei stato il mio sangue, la mia disperazione
il mio affanno, la mia corsa
le mie certezze, i sogni che non ho esaudito
tu che sei stato la mia casa,
l’anello che chiude le mie braccia
le risate modulate nelle nostre voci
in una musica diversa e sempre nuova
Tu che sei stato la mia terra,
il vento che ha fatto inaridire
la pioggia che ha germogliato i semi,
la logica continuazione di ogni cosa
tu che hai dormito mille notti accanto alle mie veglie
te che ho abbandonato in un deserto
seguendo un inutile miraggio
tu che sei i miei passi e la strada sotto di essi
che hai plasmato l’argilla del mio io
e su cui io stessa ho impresso le mie dita
Tu che sei l’albero che accoglie alla sua ombra
la quiete dei miei occhi semichiusi
il disegno completo della mia ombra sulle pietre
Tu che sei l’estate e i suoi colori accesi
e l’unico inverno che non gela il cuore
Tu che sei stato me oltre me stessa
e che hai sofferto la mia stessa angoscia
E se è così che la mia vita dovrà continuare
ricorda a chi ti chiede che sarà mutila per sempre
della tua tenerezza
delle tue braccia spalancate
dell’amore che esplodeva nei tuoi occhi
del tuo viso chinato sopra il mio
E se così sarà che io vivrò
tu menti per una volta e dì loro che sei ancora mio
e ogni notte senza luna io sentirò per sempre
sulla mia pelle calda il tuo respiro
che senza peso si adagia sul mio affanno
cullandola per sempre nel silenzio
La bellezza è l'Arno alle cinque, quando il tramonto fa innamorare le pareti dei vecchi palazzotti sul lungofiume con la sua luce morbida di pesco che pare quasi di poterne sentire il sapore. Quando sono sul ponte allargo le dita delle mani sulla pietra del parapetto che è tiepido di un intero giorno e il fiume ha un sussulto per un alito di vento dolce, il primo della stagione, che lascia scorrere polpastrelli di luce tepida sulla sua superficie. Mi stringo nella mia sciarpa a righe e il mio profilo è doppiato da un uomo accanto a me, per un attimo incrociamo gli sguardi e comprendiamo di aver spezzato in due la stessa sensazione. La bellezza è nel suo sorriso aperto e franco che non rivedrò più tra i mille volti che attraverseranno di sfuggita la mia vita.
La bellezza è curare un silenzio perfetto, riconoscere che la mia casa è uno scorcio di città da un'anta semiaperta. La bellezza è la perfezione con cui le cose si adagiano tra le mie mani schiuse, la notte che è soltano mia, con una musica sussurrata nell'aria. La bellezza dei tuoi occhi spalancati su di me, in un ricordo vivido. La bellezza è la febbre che mi è bruciata dentro alimentata di passione umida. La bellezza è ritornare con il corpo tiepido a guarire e sentire il dolore sottile di quello che alla fine ho davvero perso.
La bellezza è nei miei occhi che plasmano le notti e i suoni, è il silenzio, le voci note, la mia umanità lucida tra l'aridità altrui. La bellezza è il mio passo leggero tra le strade che alla fine saprebbe sempre dove voler tornare....
Dorme la corriera
dorme la farfalla
dormono le mucche
nella stalla
il cane nel canile
il bimbo nel bimbile
il fuco nel fucile
e nella notte nera
dorme la pula
dentro la pantera
dormono i rappresentanti
nei motel dell’Esso
dormono negli Hilton
i cantanti di successo
dorme il barbone
dorme il vagone
dorme il contino
nel baldacchino
dorme a Betlemme
Gesù bambino
un po’ di paglia
come cuscino
dorme Pilato
tutto agitato
dorme il bufalo
nella savana
e dorme il verme
nella banana
dorme il rondone
nel campanile
russa la seppia
sul’arenile
dorme il maiale
all’Hotel Nazionale
e sull’amaca
sta la lumaca
addormentata
dorme la mamma
dorme il figlio
dorme la lepre
dorme il coniglio
e sotto i camion
nelle autostazioni
dormono stretti
i copertoni
dormono i monti
dormono i mari
dorme quel porco
di Scandellari
che m’ha rubato
la mia Liù
per cui io solo
porcamadonna
non dormo più.
Stefano Benni
Quando sollevo l'ultima pisside per controllare il numero di inventario è inevitabile che lo sguardo si prolunghi al di là della porta socchiusa.
Proprio no, proprio non me lo aspettavo di rivederlo qui.
Stefano ha un profilo elegante e gli occhi verdi da gatto che si serrano in strette fessure quando sorride. Discute con qualcuno alla scrivania della stanza accanto e non si accorge di me.
Quattro anni trascorsi sono il solco un po' impervio che ci separa.
Nonostante la sciarpa gli copra quasi per metà il volto, si intuisce la barba chiara e il mento un po' forte, i capelli sono arruffatti e, come sempre quando è concentrato, porta continuamente la mano al ciuffo scomposto che gli ricade sulla fronte.
Ricordo quando ci si sedeva lungo il margine del saggio e si rimaneva a scherzare ridendo dei nostri panni lerci all'inverosimile e a sera, per stanchezza, ci si appoggiava l'uno all'altra e si stava senza parlare, per non modificare ciò che forse era perfetto. Stefano, un tempo troppo breve ed un momento sbagliato, Stefano la corona che ho indossato per una notte soltanto...
Sorride e gli occhi gli si chiudono, poi saluta e va via...
Non l'ho fermato per una promessa che non ho mantenuto...
Metto via la pisside e segno il numero nel catalogo.
Poi dò un'altra mandata alla scatola di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato...
L’unico vero modo per godere di Firenze è una domenica di febbraio, verso le due del pomeriggio, se è possibile dopo un’oretta che abbia smesso di piovere. Via di Serumido ha il silenzio di un interno, le foglie d’edera del giardino sono umide di pioggia e di tanto in tanto lasciano scivolare qualche lacrima sul basolato della strada. I giardini si affacciano prepotenti oltre i muri che li rendono segreti, con qualche ramo che si arrampica oltre i mattoni o con ciuffi di verde e acqua. L’unico rumore è quello dei miei passi che dà il ritmo ad un’armonia lenta e sonnolenta. Sembra che la città dorma, non ne sono sicura, ma cammino più piano...da una finestra si affaccia una tendina candida e inzuppata di un distratto che stasera dovrà rilavarla. La strada è un gioco di pozzanghere quadrate e dentro puoi ritrovarci le grondaie e le tegole dei tetti, specchi di un mondo all’incontrario. Firenze è segreta tra gli alti muri e le curve improvvise e di particolari dimenticati dalla routine dei passanti. Da qualche parte, oltre l’ultima casa, l’Arno è un palcoscenico di mille gocce che danzano agili in superficie e sulle piume bianche dei piccoli aironi sulla sponda.
La casa è una tazza tra le mani e il suo calore sui palmi, un vecchio maglione e la luce di tre candele.
Giù in strada ha ricominciato a piovere...
Nel sogno il fungo atomico è un enorme cavolfiore...
il motivo delle mie allucinazioni oniriche deve essere il persistente sciopero di Morfeo, le sue rimostranze agli effluvi di spezie e aromi, coinquilini non paganti. L'occhio destro si ammutina e a poco a poco lascia entrare un po' di luce...il mio habitat temporaneo ha due finestre sui tetti fiorentini e la mia vita ancora per metà in valigia e per metà in scatole...
Sì che dovrebbero pensarla una vita in scatole: la confezione tascabile da due giorni e la maxi taglia da 10 anni "Mi dà tre scatole di normali e una con condimento extra di indimenticabile?" "Mi spiace, sono rimaste solo giornate di m..." "ok, ok...scalderò qualche avanzo"
Lo so, dovrei smetterla con il cibo in scatola e con tutte le altre abitudini insane di cui Morfeo si serve per shakerare cocktail allucinogeni...il risultato è una cavolacea riletta in chiave storica.
L'occhio sinistro persegue invece nel suo sciopero bianco...non si muove, non si apre, è apparentemente fermo e sotto la palpebra si ostina nel picchetto, attraverso il nervo ottico da scossoni al compagno crumiro.
Mi rigiro su un fianco, ma l'immagine del minestrone nucleare non è cosa da superarsi con un cambio di posizione. Morfeo si accomoda sulla sponda del letto col suo seicentesco mascherone a becco purifica-aria...credo voglia darmi ad intendere che non apprezzi la cucina etnic-bio praticata dalla mia coinquilina. Telepaticamente mi minaccia con una Maria Antonietta-zucchina affettata a rondelle...
Saranno forse le mie ginocchia fredde contro il petto che rendono il battito del cuore così confuso e irregolare. Saranno le nuvole che a turno accarezzano il sole al tramonto giocando con il contorno delle cose attorno a me.
Sarà l’inverno, o forse il vento che batte contro il vetro e la pioggia che cade goccia a goccia rassicurante, in un suono dolce e materno...morbido come le dita lungo il mio profilo nelle ombre che la luna risparmia.
Ma il silenzio ora è perfetto e non ha nessun significato, nessuno dei nomi che, ostinata, gli ho sempre dato in questi giorni trascorsi sulla mia pelle come cicatrici sottili, visibili solo in controluce. Forse è solo il vento che mi porta le voci della strada, forse è solo il tempo che plasma le mie solitudini e ne modifica i tratti. I secondi sono soltanto sguardi sfuggenti sotto le palpebre, di notte.
Mi risveglierò ancora e mi risveglierò sempre, ma nessun silenzio sarà mai come questo e nessuna cosa sembrerà eterna come in questo attimo che è detto ed è già passato.
Non ci sono vuoti che non riempirò, non c’è calore che non cercherò, non esisterà un momento in cui non mi fermerò, in cui non ci sarà questo stesso profumo, quest’aria, questa luce di freddo e foglie. Le mani alle caviglie, la loro forma, il loro calore, e il ritmo del mio respiro schiacciato controvento.
Amare Bulgakov...
L'innamoramento è il soggetto dell'onda anomala di fiumi d'inchiostro in virtù della sua parziale insensatezza. Ma il mio intento qui non è altro che seminare proseliti, sperando che non ci si rammarichi, un giorno, di vederli germogliare...
Ci si innamora di Bulgakov perchè le sue parole posandosi sulle mani permettano ad esse di schiudere con lentezza una delle imposte in legno dell'appartamento nel vicolo Obuchov; innamorarsi di Bulgakov è addentrarsi alla luce di una stufa a legna nel silenzio di una casa dove qualcuno sempre non può dormire e lascia che l'olio della lampada bruci fino all'alba.
E' la Mosca di Bulgakov quella che si rigira inquieta nel buio sotto pesanti coperte di neve e che tra veglia e sonno intravede una strega tra le nubi e la sua risata argentina è l'inizio della notte, lo smarrirsi al bivio del filo logico delle cose, della coscienza, della ragione.
Margherita dalla bianchissima pelle nuda baciata dalla falce di luna è furore, movimento, caos nel suo corpo di strega che governa sagome inerti verso il basso. Mosca è il silenzio delle radure appena fuori città dove mostruosi esseri dall'umanità concreta si scontrano con la ferinità selvaggia degli esseri umani.
Pallinov è un cane, ma nè gli stivaletti di pelle, la posizione eretta, la cravatta azzurra con il finto rubino lo rendono più bestiale di colui che gli ha dato la vita nel silenzio notturno del suo laboratorio.
Bulgakov è le strade di Mosca dove il diavolo si limita a tirare il sipario sulla bassezza della piccola borghesia, è anche il marcio che si annida e prolifica nell'amore clandestino di un sottoscala, è la fiera delle mostruosità umane che ormai, specchio di sè stesse, non suscitano più l'orrore di nessuno...
Il diavolo raffinato e pacato in una dimensione barocca che rispetta l'etichetta del suo ricevimento di spettri dannati di assassini sanguinari, è quasi la misura, il punto fermo, l'equilibrio di un mondo instabile e scontento che smarrisce la ragione all'ombra della notte e dorme i sogni inquieti di una normalità mostruosa...
Io ti amo
e se non ti basta
ruberò le stelle al cielo
per farne ghirlanda
e il cielo vuoto
non si lamenterà di ciò che ha perso
che la tua bellezza sola
riempirà l’universo
Io ti amo
e se non ti basta
vuoterò il mare
e tutte le perle verrò a portare
davanti a te
e il mare non piangerà
di questo sgarbo
che onde a mille, e sirene
non hanno l’incanto
di un solo tuo sguardo
Io ti amo
e se non ti basta
solleverò i vulcani
e il loro fuoco metterò
nelle tue mani, e sarà ghiaccio
per il bruciare delle mie passioni
Io ti amo
e se non ti basta
anche le nuvole catturerò
e te le porterò domate
e su te piover dovranno
quando d’estate
per il caldo non dormi
E se non ti basta
perché il tempo si fermi
fermerò i pianeti in volo
e se non ti basta
vaffanculo
Stefano Benni
Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita
(Alda Merini)
"Sì...e poi?"
"Uhm...e poi cosa? Odio chi mi fa paternali...soprattutto quelli che conosco da meno di 24 ore...e se revisioni gli ultimi filmati capirai che sei nel gruppo"
"Abile modo di sfuggire alle domande...concentrati sulle parole e non sulla persona"
"In genere quella che mette nel sacco verbalmente sono io"
"ancora vie di fuga"
"E poi...poi che vuoi che ti dica?"
"Sei il tipo di donna che può fare ammattire un uomo"
"E tu sei il tipo di uomo che semina bene le sue reti"
"e comunque il mio non era un senso figurato"
"ah no?"
"No...e disarmata dei tuoi giochi di parole acquisti in fascino...dovresti parlare di meno"
"uhm e magari prepararti la cena, fare l'amore con te ogni mercoledì sera e occuparmi dei tuoi cambi di stagione"
"{ride} e perchè no?"
"Ok, ricordati di darmi la corda ogni tanto"
"Penso che ti lascerò scaricare qualche volta"
"comunque piacere"
"piacere"
Io sono metà
Ti aspetto nel buio
ho l’abito rosso
stretto alle spalle
le scarpe sbagliate
non so a chi ti accosti
a chi stringi le mani
ma ovunque rimani
io sono metà
perle e cristalli
riunirsi in un filo
compagni di un unico giro
che insieme invecchieranno
non spegne l’inverno
non brucia il calore
per chiunque ti vuole
io sono metà
richiuderò gli occhi
nel gelo fontane
per quanto sian profondi
i tagli asciugheranno
mi tengo i tuoi segni
mi spetta il tuo odore
a chiunque ti vuole
io sono metà
(Petra Magoni e Ferruccio Spinetti, "Io sono metà")
La pioggia circonda i miei spazi chiusi...
e questo, sì, è un giorno di pioggia...
Si offuscano i confini e il tempo stinge divenendo aria nell'aria e i giorni, per un istante almeno, somigliano a se stessi...
I giorni di quando c'eri, di quando restavamo a parlare per ore, di quando da bambina la tua mano mi sembrava un'ancora in mezzo al mare aperto degli incubi infantili...
Con la mia ancora stretta tra le mani mi riaddormentavo mentre i singhiozzi si assopivano lenti nella gola..
Questa è la mia vita spezzata di un dolore che non cicatrizza, è la mia vita "da grande", quella che tu non vedi..
Quella in cui la pioggia non è il tepore della casa intorno a te che inforcando gli occhiali rileggi serio le mie poesie.
E' la mia vita da grande, quella in cui non c'è la tua voce ironica che mi fa il verso quando sono arrabbiata e che mi fa ridere...
Quella in cui non c'è affinità elettiva, ma solo le vite degli altri che mi passano accanto...
Questa è la mia vita da grande, quella che non vedrai mai, quella in cui non ci sono i tuoi scossoni, quella in cui fare di testa mia non è più una ripicca, ma scelta....
Questa è la vita in cui non ci sono i pomeriggi con i canti dei merli e delle nostre parole, tinte leggere ferme a mezz'aria...
E' la mia vita...quella in cui di te c'è solo l'assenza, il ricordo che è un fantasma di pioggia...
Questa è la mia vita da grande, quella in cui la mia ancora si è spezzata tra i sassi sul fondo e la barca è a largo, sagoma incoerente in un rumore perenne, immutabile e tenace.
Un rumore rassicurante ed intimo
Il rumore della pioggia
che offusca i confini dei miei giorni e dei miei spazi chiusi..
Questo, sì, è un giorno di pioggia...
A questo punto l'ideale sarebbe fare un bel mucchio e invitare amici per un falò
Ma in spiaggia farebbe freddo e difficilmente le smanie interiori possono competere con i geloni. All'interno non se ne parla, la cenere macchia il soffitto e poi ho avuto sempre una fede incrollabile nella cromoterapia e nel potere urticante di certe notti che finiscono troppo presto, nonchè nei regali dei punti del latte che prima o poi arriveranno (davvero, mamma)
L'ideale, a questo punto sarebbe sorseggiare qualcosa di veramente alcolico, cinicamente, ma dimentico sempre di essere astemia...quanto al cinismo mi sta lasciando troppo presto. Peccato, era un compagno affidabile, anche se taciturno si poteva sempre contare su una battuta di spirito, robusta e ben meditata...
A questo punto l'ideale sarebbe fumarci su ed espirare il fumo in obliquo, ma dimentico sempre di non fare uso di sigarette...quanto al fumo obliquo...mah...davvero niente da dire...
L'ideale sarebbe, a questo punto, fare l'amore una notte intera e poi semplicemente addormentarsi respirando l'alchimia dei nostri odori, ma dimentico sempre che stanotte dormirò sola...
Dagli zero ai dieci anni l'amore per una donna è universalmente la mamma, in una certa consistenza di casi il papà e tutto quel meraviglioso universo ovattato di casa. Il morbido periodo in cui i sentimenti vengono scolasticamente inculcati da bigliettini natalizi, paquali, di festa del papà, della mamma (per fortuna quelli della mia generazione hanno evitato la festa dei nonni, del cane, del vicino, dell'amico immaginario, della badante polacca dei nonni sopramenzionati) con tanto di "lavoretto" in mollette e vinavil...Tutto aveva inizio dalle buste in plastica trasparente ripiene di mollette dimezzate che la signora del negozio faceva riemergere dal retro di un bancone delle meraviglie coperto di vetro lucido, arredato di cestini, scatoloni di plastica e recipienti vari contenenti ogni tipo di arredo d'assedio contro il candido bastione di dentini da latte. La signora rimescolava nella busta i misteriosi oggetti, invalidi di guerra o malformati del mondo degli utensili da bucato, riciclatisi come componenti per vari carretti, casette, cestini ed altri prodotti dall'inspiegabile funzione frutto delle fantasie disturbate di giovani maestre. La manciata di semimollette era spesso corredata dalla spesa aggiuntiva di similpaglia in plastica trasparente, ovetti sempiterni depositati in negozio probabilmete dalle terga di una gallina extrafondente, razzolante nel quartiere prima dell'asteroide dinosaurorepellente, insieme ai rettili acromegalici, a tigri dai denti a sciabola, alla venerabile Rita Levi-Montalcini, alla mia tuta grigia invernale...
Ma la meraviglia erano i pulcini pasquali che la donnabancone faceva schiudere da minuscole scatoline ed estraeva uno per volta quasi sorretti dal movimento delle nostre pupille, che a malapena arrivavano all'orizzonte del piano in vetro...avere tra le mani quei batuffoli, concedetermelo, era un'autentica gioia! Tuttavia da sempre l'insana passione di modificare la realtà mi spingeva ad alterarne forme e dimensioni con l'illegale complicità di un temperino, un tubetto di colore verde ed altri soggetti poco raccomandabili provenienti dal Bronx del reparto cartoleria...
L'amore dagli zero ai dieci anni per una donna sono la mamma e il papà anche perchè dai 50 ai 120 centimetri non si riesce a vedere molto in là... per fortuna...
Fabbricare fabbricare fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare.
"Fabbricare, fabbricare, fabbricare" - Dino Campana
Dal bastoncino d'incenso appena acceso si levano due sinuose e minute curve di fumo. Nell'aria si disegnano onde e sacarabocchi...due linee che si intrecciano, si distaccano, tornano ad unirsi....hanno lo stesso identico profumo pungente, la stessa identica consistenza, lo stesso modo di occupare l'aria intorno a me danzando...
Mi chiedo se prima o poi riusciranno a raggiungersi, mi chiedo se sarà possibile che la linea diventi unica e continua...
Ricordo bene di quando mi dicevi dei miei neuroni stakanovisti, di quanto, terminati i pensieri, necessari e non, si dilettassero a girare in circolo gravitando attorno a dimensioni deformi ricavate da immagini reali. Lo ricordo bene. Dicevi anche che spesso pensavo la vita dimenticando di viverla...
sei sempre stato più saggio di me.
"sono difese che tanto non ti difenderanno..."...e io attonita, ma testarda, come al solito del resto, mi ritenevo libera solo perchè in grado di creare complessi labirinti cerebrali, ero libera solo perchè ero l'unica in grado di imprigionarmi...
Ora smettila di startene rinchiusa nella tua scatola cranica e fammi entrare che c'è spazio anche per due...
E se pure fosse così? Se pure fosse un sogno lungo e molle nei contorni...allora non svegliarmi, vai pure via... anzi svegliami, ma ora, subito. Non darmi il tempo di capire, non fare che io pensi, non che rifletta sui tuoi sguardi. In un istante soffoca il mio dubbio, l'iquietudine, il movimento costante delle mie gambe e della mia mente. E quanto è lunga questa notte...non so nemmeno più io quando sia iniziata, so solo quanto sia lunga e il freddo...il freddo che torna a far tremare le ossa. C'è solo ombra e nell'aria l'odore stantio anzi quello fertile di muffa e umido. Ma stai in silenzio...stiamo in silenzio a parlare che sia pure il momento lungo, liquido dai secondi di gocce inutili...ma che non sporchino più di minuscole macchie le mie parole.
E se pure così fosse? E se pure fosse sogno e se fosse reale...allora andresti via, leggerei sulla tua nuca pensieri di spalle e attimi trascosi, orride spugne dei tuoi silenzi, troppo gonfi perchè le mie spalle pallide di luna possano sostenerne il peso...
A 7 anni, ricordo, invitai un'amica di scuola a pranzo. Quel giorno rimasi in attesa al balcone per minuti e poi ore. Ricordo perfettamente la sediolina in vimini che portai fuori, sempre con lo sguardo fisso all'orizzonte, ma, secondo la migliore tradizione di Buzzati (quanto lo sto nominando ultimamente!) non vennero nè tartari nè bambine. Da allora molte attese si sono sommate, molte aspettative riposte negli altri, molti gesti sperati e mai venuti. Mi dispiace che tra i miei amici più cari qualcuno sostenga che io abbia intrapreso la via dell'insensibilità, della durezza, mi dispiace pensare che gran parte della mia fiducia e della mia dolcezza si sia smarrita ai venti esposti di nuovi balconi su seggioline di vimini. Ma, io lo chiedo a voi, come può rimanere impassibile, in un'attesa rassegnata, una bambina di 7 anni che dopo 19 aspetta ancora?
La mia panacea la plasmo con cura.
Sono frammenti di tempo budinoso che si avvolgono attorno al corpo con filamenti lunghi e sottili. Appunto, mi concedo di non pensare, di non decidere, mi concedo l'immobilità per una volta nella vita.
Io che ho sempre parteggiato per l'eutanasia, io che non sopporto situazioni di comodo o di sospensione, appunto. Per una volta la mente è sgombra, smetto di gingillarmi con pensieri inutili che coccolano la mia malinconia cronica. Mi regalo di poter sorridere beffardamente di certe affermazioni che sembrano venire da un tempo lontanissimo e, per un qualche inspiegabile intoppo cronologico, sono dirette alla me stessa di almeno dieci anni fa. No, non ho più sedici anni, non sono in panico, non sono in confusione. L'utopia che ho sempre ricercato è la lucidità e ora che la posseggo in pieno un po' mi fa paura, ma dà sicurezza. E' come avere accanto un lottatore sumo che mi protegge. Mi concedo per un po' di non agitarmi, di non pianificare, di non trarre conseguenze e lo decido io, dopo aver aperto fino all'ultima delle gabbie che mi circondavano, quando ogni cosa è volata via. Per una volta io, in uno stato di benessere primordiale che è serenità, sofferenza, lacrime, silenzio, parole. Prima o poi riprendo, ma ora no, ripassate tra un secolo o poco più...
Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse perditum ducas.
fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla.
ibi illa multa cum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat,
fulsere vere candidi tibi soles.
nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli,
nec quae fugit sectare, nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
vale puella, iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam.
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
scelesta, vae te, quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
at tu, Catulle, destinatus obdura.
Gaio Valerio Catullo - Canti
L'autunno è un mantello bruno di tela impermeabile spalancato sulla città.
Da qualche giorno il cielo è a bocca piena, ma si trattiene e manda avanti l'uggia delle sue perplessità.
L'autunno è camminare per strada con l'eco soltanto della mia ombra, improvvisamente accostarsi in un portone per un raptus di pioggia dal cielo e affannando voltarsi e sorridere d'istinto...ma il portone è buio e vuoto nella penombra.
Settembre ha un mano forte e vigorosa...così che stringe il cuore e fa gocciolare via ogni cosa, lasciando solamente l'essenziale. A letto con i piedi freddi e non poterli scaldare sul calore di altra pelle. L'autunno non ha il passo leggero di sempre, non è delicato di veli viola di tramonti al primo pomeriggio, l'autunno stavolta è solo gravido di pioggia e di ricordi e delle sue mani il cui calore mi è rimasto sulla pelle, ma che non è altro che un riflesso, un miraggio senza carne...
Settembre ordina i giorni con cura e poi uno per volta me li getta in viso e io sono soltanto un'acrobata maldestra che ad ogni colpo perde un po' del suo equilibrio...
Per il momento almeno la pioggia mi protegge
La riduzione dei luoghi è progressiva, del resto io stessa li amputo con cura maniacale, i topi hanno ormai già abbandonato la nave.
L'odore pungente e primordiale della pioggia è prepotente e dolce e sempre uguale, terra e foglie bagnate buttato giù d'un fiato. Per un momento il silenzio è quello dell'attesa, del grande preludio. Un giornale che qualcuno dimentica è una fisarmonica spugnosa dal rumore d'elica. E le finestre sono occhi di altri occhi che aspettano pazienti di tornare. E così permetto che bagni la mia pelle il suo aroma molle sulle dita. Le gocce minute e piccole, le prime, scendono lentissime sulle guance e sembra quasi che qualcuna scivolando abbia, tra esse, un sapore un po' più amaro...